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domenica 8 aprile 2012

this must be the place

clicca sulla foto per vedere il trailer

Ho visto ieri sera THIS MUST BE THE PLACE, film di Paolo Sorrentino, con Sean Penn, Frances McDorman, Eva Ewson, Henry Dean Santon, David Byrne

Non lo ascrivo tra i capolavori ma è un film godibile con inquadrature molto belle. La costruzione delle scene mi è piaciuta tanto, forse più della storia. Una rockstar, Cheyenne, depressa ed avvilita dal suicidio di un paio dei suoi fan, vive negli esiti di un successo ormai finito: l'agiatezza ed il senso di vuoto e colpevolezza. Capita che il padre stia per morire, dall'altro capo del mondo, e che lo chiamino al capezzale. Cheyenne parte ma non arriva in tempo e così non riesce neanche a dare l'ultimo saluto al padre che non vedeva e sentiva da trent'anni. La morte fa riemergere sentimenti insopprimibili e sensi di colpa. Cheyenne  così fa propria la ragione di vita del padre: rintracciare il criminale nazista che lo aveva umiliato in campo di concentramento. Con quella dissociazione dai ritmi e dagli stereotipi che gli viene dalla sua depressione, Cheyenne gira l'america seguendo flebilissime tracce. Sulla via che lo condurrà alla meta incrocia persone e varia umanità, sentimenti. Al culmine del viaggio troverà il criminale e lo sparo della pistola che ha comprato per uccidere sarà sostituito dallo scatto di una fotografia. La vendetta si consumerà con l'umiliazione del vecchio, isolato, nazista. Attraverso questo percorso Cheyenne troverà il modo per liberarsi della trappola del passato. Tornerà a casa, senza trucco.
Questo è il mio racconto del film.

Qui sotto una critica seria
da l'Espresso, Roberto Ecobar
A cinquanta e più anni Cheyenne (Sean Penn, bravissimo) è un bambino. Come un bambino guarda il mondo: con sorpresa, a occhi spalancati. Ma, ancora come un bambino, del mondo riesce a vedere quello che uno sguardo più disincantato non vedrebbe. Fra questi due estremi - fra un'ingenuità senza difesa e uno stupore incuriosito - si muove il protagonista di "This Must Be the Place" (Italia, Francia e Irlanda, 2011, 118').
Costruendo il proprio film attorno alla figura di una ex rockstar - il titolo viene da una canzone dei Talking Heads, e fra i personaggi c'è David Byrne nella parte di se stesso - Paolo Sorrentino sceglie di rischiare. Invece di ripetere in altra forma "Il divo" (2008), sfruttandone il successo, con l'aiuto del cosceneggiatore Umberto Contarello gira una storia difficile e ambiziosa. Cheyenne è raccontato (e recitato) senza preoccupazioni realistiche. Può darsi che nessuna rockstar, e anzi che nessun uomo gli somigli. Certo però nel suo viso sfatto e reso mostruoso da un trucco ostinato - come se per lui la vita si svolgesse ancora e sempre su un palco, al centro d'uno stadio - si vede e si "riconosce" un dolore profondo.
Giunto all'età in cui non si pensa più a quello che si farà, ma si fanno i conti con quello che si è fatto, Cheyenne è orfano del proprio passato. In particolare, non conosce (e forse non ama) suo padre, ebreo scampato allo sterminio. Alla sua morte ne eredita però il segreto e l'anima, ossia la ricerca durata più di cinquant'anni del suo carnefice nazista. E infatti, con il suo sguardo svagato ed esposto, la ex rockstar attraversa l'America sulle tracce labili di un vecchio tedesco che forse è già morto. Non è (solo) un film dedicato all'orrore del lager, "This Must Be the Place". Nelle sue immagini c'è anche una straordinaria simpatia per la molteplicità imprevedibile di quel che è umano: facce, storie, situazioni, follie, genialità, banalità. E c'è il bisogno profondo di Cheyenne: riconciliarsi. Riconciliarsi con la memoria del padre, in primo luogo. Poi, riconciliarsi con la sua vita trascorsa tutta "in superficie", appunto come su un palco nel centro di uno stadio. E infine riconciliarsi proprio con la vita, trovando il modo di viverla al di là d'ogni trucco ostinato e paradossale. Alla fine ce la fa, Cheyenne: sempre aperto come quello di un bambino, ora il suo sguardo chiaro è illuminato dal sorriso. E ce la fa anche Sorrentino, nonostante il rischio che s'è scelto. O meglio, per il coraggio con cui l'ha scelto.


giovedì 1 dicembre 2011

siamo e saremo sempre dalla parte di Ipazia


Clicca sull'immagine per vedere un commento sul film "Agorà"

Da quando ho visto il film Agorà (regia di Alejandro Amenabar, Spagna, 2009) mi sono appassionato alla figura di Ipazia ed ho iniziato a leggerne. Pubblico qui, le ultime due pagine del libro "IPAZIA, la vera storia", Silvia Ronchey, Rizzoli, che hanno il pregio di offrire una sintesi di tutte le questioni ideologiche e storiche coinvolte nell'assassinio di Ipazia. Non di meno, mi spinge a pubblicare queste pagine l'assoluta sintonia con la posizione dell'autrice, espressa nelle ultime due righe, e ripresa nel titolo di questo post. 

<<La condanna di Cirillo nelle fonti bizantine, contrapposta alla sua difesa nella Roma dei papi, è la cartina al tornasole della persistente volontà di separazione tra stato e chiesa che a Bisanzio, stato laico anche se con religione di stato, si applicò senza soluzione di continuità. L’esistenza nel cuore dell’Europa di uno stato della chiesa, il cui capo spirituale è anche detentore di un potere temporale, è un unicum storico. Là dove questa anomalia non si è prodotta, non si è avuta interruzione della cultura antica. Lo studio dei testi antichi è continuato, insieme alla tradizione manoscritta e alla trasmissione delle idee, anche se queste potevano talvolta apparire in conflitto con l’ideologia cristiana dominante. La fiaccola di cui Ipazia è stata portatrice non si è spenta, ma molti altri uomini e donne hanno continuato a passarla. Attraverso di loro, philosophia di Ipazia, di Sinesio e degli antichi, eclettici o meno, philosophes di Alessandria arriverà al nostro umanesimo e rinascimento. E per questo tramite, all’illuminismo e a quelle altre correnti di opinione che hanno spezzato l’omertà della chiesa occidentale e fatto di Ipazia il simbolo della libertà di pensiero. Con distorsioni e deformazioni, perché nel mondo occidentale moderno, che non ha conosciuto finora abbastanza Bisanzio, la vicenda di Ipazia poteva difficilmente essere compresa nei suoi corretti termini storici. E’ stata così attualizzata e adattata ai tempi, come del resto la storia fa sempre, secondo il mai abbastanza citato detto di Croce per cui si fa storia solo del presente. Ma su un punto non si può non essere concordi: a qualunque cosa Ipazia sia somigliata di più, a una studiosa o a una sacerdotessa, a una composta insegnante o a un’aristocratica eccentrica e trasgressiva; che sia stata giovane o no, che abbia fatto o no davvero innamorare i suoi allievi, che abbia o no – non è escluso – scoperto qualcosa di nuovo; che l’insegnamento iniziatico da lei impartito con tanto successo all’inquieta aristocrazia ellenica offrisse o no già la rivelazione che a un livello alto la teologia platonica inglobava quella cristiana e che gli improbabili dogmi di quest’ultima andavano tollerati, praticando l’arte platonica della “nobile bugia”, perché utili al popolo quanto ogni antica superstizione pagana; che sia stata risoluta nello sbarrare all’ingerenza della chiesa nello stato e troppo ingombrante nello sbarrare la strategia di Cirillo con la sua parrhesia, o che la sua morte sia stato solo un incidente dovuto al subitaneo isterismo di un influente prelato cristiano ottenebrato dall’emulazione e dall’ambizione, oltreché al momentaneo disorientamento di un prefetto augustale romano messo in difficoltà da un vuoto di potere imperiale; in ogni caso, ogni volta che nella storia si ripropone, e si ripropone spesso, il conflitto tra un Cirillo e un’Ipazia, una cosa è certa: siamo e saremo sempre dalla parte di Ipazia.>>

giovedì 17 novembre 2011

mi scusi, ho dimenticato di ordinare la panna


Clicca sull'immagine per vedere la sequenza. Il video è in italiano anche se inizia con un dialogo in tedesco tra militari nazisti che genera ansia e spavento in Shoshanna.


Inglorious Basterds (Bastardi Senza Gloria) è, per me, un grandissimo film di Quentin Taarantino, forse il suo più bello. Ci sono molte, molte sequenze straordinarie nel film; il finale, per esempio, con HITLER ed i gerarchi nazisti che muoiono nel cinema con un incendio provocato dando fuoco alla pellicola in celluoide, o la sequenza del conflitto a tavolino nello scantinato di un locale dove i "bastardi", camuffati con le divise naziste, siedono al tavolo con i nazisti veri e si scontrano in un duello che è prima verbale e poi di pistole e molte altre.
Per ora pubblico questa, che potete vedere cliccando sull'immagine, ad altissima intensità emotiva ed intensità artistica degli attori. Lei è SHOSHANNA (Melanie Luarent), da bambina è riuscita a sfuggire al massacro della sua famiglia proprio ad opera di HANS LANDA (Christoph Waltz, straordinario), crudele e cinico cacciatore di ebrei.

Come di consueto, pubblichiamo una recensione del film. Questa è di Lietta Tornabuoni, tratta da "L'Espresso".
Con 'Bastardi senza gloria' Quentin Tarantino ha fatto davvero un

sabato 12 novembre 2011

sposerò una parrucchiera....


Il marito della parrucchiera è un film di Patrice Lecont del 1990. C'è una sequenza, all'inizio del film, che fa parte dei miei ricordi, delle mia collezione intima di sequenze cult, di emozioni, ricordi e passione per il cinema. Ve la ripropongo (basta cliccare sull'immagine).


Il marito della parrucchiera (Le mari de la coiffeuse, 1990) di Patrice Leconte, con Jean Rochefort, Anna Galiena, Henry Hooking, Anne-Marie Pisani.

La parrucchiera per signori, sconosciuta in Italia dove quasi non esiste il barbiere-donna che lavora soltanto per clienti maschi, uomini, ragazzi o bambini, è la fissazione erotica del protagonista, formatasi nell’infanzia: in quelle ore meridiane d’estate in cui era così languido a dieci anni abbandonarsi sulla poltrona, abbandonare estatico la testa riversa alle mani sapienti della grossa parrucchiera, sentire vicinissimo l’odore inebriante del corpo di lei, intravederne attraverso il camice bianco il gran petto madido di sudore.
Parrucchiere, infermiere, governanti, negozianti, insegnati: le donne in grembiule d’un tempo, materne, sensuali e comandanti, hanno un posto speciale nell’immaginario erotico maschile, come Fellini ha insegnato. Il protagonista non si libererà più di quel desiderio puerile, così come nessun uomo si libera mai della propria natura infantile: da adulto sposa una bella parrucchiera, passa le giornate al negozio in adorazione di lei, fa l’amore con lei tra forbici, pennelli e saponi, si esibisce per lei nella danza araba che è la sua fissazione artistica parallela a quella erotica, passa accanto a lei dieci anni di dolcezza passionale, di serena voracità sessuale, di perfetta felicità.
Poi compare un’allarmante ricerca di novità che sembra smetire la loro appagata autosufficienza e .................... (non vi svelo il finale, of course).
Patrice Leconte, il regista francese autore anche dell’interessantissimo Monsieur Hire, riesce nel tentativo di tradurre una fissazione erotica forse anche autobiografica in racconto oscillante tra realismo magico e surrealismo bunueliano, in narrazione elegiaco-umoristica, nelle immagini perfette di un film molto inconsueto. Lo aiutano il virtuosismo di Jean Rochefort, la bellezza calma e la bravura sicura di Anna Galiena, italiana in Francia, attrice seducente, intelligente.

Recensione di Lietta Tornabuoni, tratta da " '91 al cinema", Einaudi

martedì 25 ottobre 2011

Leggono, sono diversi



Fahrenheit 451è un film diretto da Francois Truffaut uscito in sala nel 1966.
 La sceneggiatura è basata sull'omonimo romanzo di Ray Bradbury del 1953 (pubblicato all'epoca con il titolo I giorni della Fenice).

TRAMA

In un ipotetico paese è assolutamente proibita la lettura dei libri, in quanto questi snaturano i fatti, abbelliscono la realtà, costringono alla riflessione e impediscono alla gente di essere felice. Il capitano dei vigili del fuoco, ai quali è affidato il compito di scovare i libri, bruciarli e castigare i colpevoli, tiene in particolare considerazione Montag, il più solerte dei suoi subalterni. Ma questi, che nella moglie Linda trova un evidente modello della spersonalizzazione prodotta dal sistema del quale egli stesso è un difensore, incomincia a dubitare della validità del suo operato quando incontra casualmente Clarissa, una giovane istitutrice, la quale risveglia in lui il naturale desiderio di sapere e di conoscere. A poco a poco Montag, dopo aver incominciato a nascondere libri ed a leggerli, riconquista il dominio della propria mente: ma, tradito da Linda, viene condannato a distruggere la sua casa ed i suoi libri. Allora si ribella, uccide il suo comandante e si rifugia nei boschi, dove alcuni uomini vivono in comunità imparando a memoria il contenuto dei libri, decisi a tramandare ai posteri queste opere di valore universale.

COMMENTO
“Il domani di Truffaut e dello scenografo Syd Cain è quasi identico all'oggi di tutti noi, anzi, per alcuni aspetti è più simile alla settimana scorsa: accanto a mobili funzionali ad anonimi quasi "alla Ikea" troviamo anticaglie da bazar, come il telefono e, ancora più notevole, l'autopompa dei pompieri, vero pezzo da museo. Anche solo da questi semplici elementi emerge con chiarezza l'intento principale del regista, vale a dire una riflessione su ciò che rischiamo di divenire.”
Nella futuristica società rappresentata da Truffaut nel 1966 sulla scorta del romanzo di Ray Bradbury del 1953 “Gli anni della Fenice”, (che somiglia molto alla nostra società) “il potere è detenuto da una classe dirigente che è riuscita a colonizzare l'immaginazione dei cittadini, trasformati prima in sudditi, poi in consumatori: di pillole, di programmi televisivi, di status symbol (il secondo schermo televisivo tanto desiderato da Linda).”
Tolti di mezzo i libri “gli individui sono "tutti uguali", secondo uno dei superiori del protagonista. Tutti uguali: certo, uguali al modello "regolare" proposto dalla televisione. Ma come sostenere che questa piatta uniformità favorisca la socialità delle persone? Sorpreso dalla moglie a leggere i libri sottratti al rogo, Montag le urla in faccia tutta la propria solitudine: "dietro ognuno di quei libri c'è una persona!"; come a dire che, nella vita di tutti i giorni, non ci sono (più) persone vere, autentiche.
L'uniforme dei pompieri elimina ogni possibile differenza, così come i vestiti dei civili, le loro case e quello che contengono: il conformismo imposto dall'alto, anche con la forza, ha come risultato la riduzione degli uomini a numeri (le tabelline ripetute ossessivamente nella scuola), controfigure di se stessi (la "cattura" di Montag), bersagli di un paternalismo ipocrita che li considera del tutto intercambiabili (la "partecipazione" di Linda alla commedia allestita dalla Grande Famiglia televisiva, che dà i brividi ora più che al tempo delle prime proiezioni, per comprensibili motivi).
”

M_AN'S FEELING
Adoro questo film, adoro Montag/Oskar Werner e Linda-Clarisse/Julie Christie.
C’è una sequenza del film (ricordiamolo, uscito nel 1966) che trovo di un’attualità sconvolgente, ed è quando Montag và a casa di Clarisse, l’istitutrice che lo ha indotto a scoprire i libri e quindi alla dissidenza, e la trova vuota e sigillata, ripulita dai pompieri che vi hanno trovato una vastissima biblioteca, ovviamente data alle fiamme. 
Montag chiede notizie ad una vicina e questa, facendo notare che quella di Clarisse è l’unica casa senza antenna televisiva, dice “….erano diversi da noi, erano speciali…”!


I tratti in corsivo sono ripresi da una recensione di Stefano Selleri.