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domenica 27 gennaio 2013

mollate le telecamere




Sono particolarmente sensibile alla sofferenza dei malati di tumore e leucemia; mi turba più della morte. Non è perché sia buono, è semplicemente perché mi sono ammalato di tumore osseo quando avevo 16 anni e mi son dovuto curare, viaggiando tra ospedali di Italia e Stati Uniti, per circa 18 mesi.
I tumori e leucemie, sino ai 18 anni dei pazienti, sono curati in reparti pediatrici. Io a Houston, MD Anderson Cancer Center, stavo tra i grandi, quelli tra 10 e 18 anni, ricoverati nell’ala “west” del 6° piano. Varcato un corridoio di collegamento trasversale si arrivava al 6 “east” dove c’erano i bimbi fino a 10 anni, con le flebo, con le trasfusioni, con le chemio.
Molto più vicino a noi, qui a Benevento, nei quartieri più popolari e popolosi della città ci sono bambini (e adulti) ammalati che fanno fatica a curarsi ed a vivere con la malattia: non hanno informazioni, non hanno a volte mezzi di trasporto per andare a fare le terapie, vivono condizioni di disagio economiche aggravate dalle malattie (e parlo sempre di tumori e leucemie) e malattie aggravate dal disagio economico.
Capisco e trovo normale che la malattia e la sofferenza di una persona nota suscitino una solidarietà emotiva, la compartecipazione al dolore, la speranza condivisa della guarigione.
Tutto questo è bene e fa bene. In America mi ripetevano sempre che per guarire dovevo conservare il buon umore ed io che sono un ottimista, delinquentello, spregiudicato, faccia tosta, l’ho sempre conservato (quando persi i capelli mi pittai la faccia di mille colori, così per darmi un tono). Ci sono riuscito, in verità, anche per l’affetto che mi circondava e per l’opera instancabile dei volontari che venivano in ospedale a svolgere mille attività. Questo in America; a Roma, al Gemelli, non ho mai visto volontari, anzi a volte li ho visti ma erano quelli con l’aria “finta afflitta” che fa girare le scatole.
Un allenatore, ex calciatore si è ammala e non posso, dunque, non unirmi anch’io all’augurio affettuoso di guarigione ed al grido di mantener ferma la forza di sopportazione e l’ottimismo. So bene che si passa. Non di meno, però,  non riesco, oramai più, a non considerare sguaiate ed irritanti le manifestazioni di solidarietà che da mesi si susseguono, complici istituzioni e giornali che “ci marciano”, utilizzando la malattia per cinici ed inopportuni show.
Non pensiate, voi sani, che le sciarpe e gli auguri si possano ammainare usciti dalla chiesa aperta per la messa pro uomo noto ammalato. Portatele segretamente negli ospedali quelle sciarpe, per la miseria. Truccatevi andate a fare spettacoli, cori, gag, animazioni nei reparti pediatrici, aiutate le sofferenze ignote, le persone comuni e quelle povere. A Houston i volontari venivano a prenderci e ci portavano, flebo alla mano, allo stadio per una partita di baseball o al palazzetto per la partita dei Rockets. Dopo lo show in chiesa, dunque, andate a prendere qualche ammalato e portatelo allo stadio per un utile e terapeutico pomeriggio di svago. Senza avvertire i giornali, per favore.

Le sciarpe degli atleti nel DUOMO

venerdì 14 ottobre 2011

the fighter is dead

Avevo ben 17 anni quando scoprii che la mia anca era colonia di cellule tumorali. Si chiama osteosarcoma, è un tumore che colpisce per lo più i bambini, ed in oncologia lo si è sino a 18 anni. Un anno e mezzo, tra ospedali americani (MD Anderson Cancer Center e New York Hospital Memorial Sloan Kettering) ed italiani (Rizzoli di Bologna e Policlinico Gemelli di Roma), mi ci è voluto per farla franca ed urlare “fuck you” ad uno dei più malefici e mortali tra i sarcomi. Almeno un altro anno e mezzo mi ci è voluto per rimettermi in forma dalle debilitazioni prodotte dal cisplatino, dall’adriamicina, dal metotrexate, dagli interventi chirurgici e fatterelli collaterali vari. Mi hanno detto che è stata dura; io l’ho vissuta con una naturale tendenza a pensare che sarebbe passata. Ho pianto pochissimo, forse mai. Ho preso in giro medici e infermiere/i, mi sono colorato la faccia quando mi dicevano che ero pallido e dovevo mangiare (quando ti buttano in corpo quelle sostanze maledette e salvifiche ti passa la fame al punto che pensi che non mangerai mai più), ho nascosto nel letto le bottigliette di “sustacal”, una bevanda ricostituente al teorico sapore di cioccolato, mi sono goduto le partite dell’NBA in diretta col commento americano, erano gli anni di Michael THE AIR Jordan. Gli americani che mi giravano intorno mi chiamavano THE FIGHTER, perché non mi scoraggiavo mai, non mi lamentavo mai, neanche quando dovetti curare una fastidiosa ed imbarazzante ferita al glande!